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Il rock consapevole dei "Concetto etico"
 
 
di Rita Giuseppone
 
Musica totalmente sciolta da vincoli. I ”Concetto etico” si pongono tra le formazioni più indipendenti del panorama musicale underground partenopeo. I primi passi tra i banchi di scuola del Liceo Garibaldi, poi dieci anni di live nei centri sociali per arrivare a “J’astemme” (mix italo-francese che richiama volutamente il “j’accuse” di dreyfussiana memoria) il loro primo cd, autoprodotto e autodistribuito, uscito nel dicembre 2011. Testi impegnati e intimisti su sonorità ipnotiche e graffianti, Sergio D’Amico (voce), Nevio Pizza (chitarra), Vladimiro D’Amico (basso/voce) e Rino Conforti (batteria) raccontano i dubbi e le riflessioni di chi nella quotidianità cerca di esprimere sé stesso cercando di rimanere vero.
Perché “Concetto etico”?
Il nome Concetto etico, a dispetto della sua apparente serietà, nasce per gioco circa 14 anni fa, una sera in cui Sergio tentava un disperato approccio al mondo femminile facendo leva su quella che potremmo definire “la posteggia intellettuale” (tecnica del tutto fallimentare). Fu Nevio a carpire dal folle dialogare dell'amico l’espressione: “Concetto etico”. Volendo dare un senso diverso e più profondo, ma in cui crediamo con forza, potremmo dire che “Concetto etico” è lo sforzo che facciamo per essere musicalmente sinceri.
Quale tipo di musica vi influenza maggiormente?
Ascoltiamo tante cose ed ognuno di noi ha le sue preferenze. Ciò che ci accomuna è sicuramente il legame culturale con la scena di Seattle degli anni ‘90. Dai Nirvana ai Pearl Jam, passando per Alice in Chains e Soundgarden. In Italia abbiamo sicuramente un debito nei confronti dei primi Litfiba e qualcuno dice anche nei confronti degli Afterhours. Senza dimenticare i nostri cantautori. Non è solo l'America a regalare cose belle: dal punto di vista dei testi in Italia non siamo secondi a nessuno. Il problema è che mentre altrove la musica è rispettata come cultura, in Italia, invece, nei canali ufficiali, ha solo un fine commerciale.
Cosa pensate dell’attuale scena underground napoletana?
Vi sono tante belle realtà. Pensiamo a Claudio Domestico con i suoi “Gnut”, a Giovanni Truppi, agli “Insuladulcamara”, ed anche a gruppi che hanno meno visibilità come i “V-Device”, il “Riso degli stolti”, i “No Code” e tanti altri. Napoli produce da sempre musica di qualità: abbiamo avuto dei meravigliosi anni ‘70 e ‘80, degli anni ‘90 intensi e politicamente graffianti ed ancora oggi una band come i "24Grana" ha un repertorio composto da testi estremamente validi e melodie accattivanti. Il problema, secondo noi, sta nella gestione delle risorse: ci sono pochi locali, l'attenzione è rivolta soltanto a pochi nomi e talvolta il lavoro di alcune agenzie risulta mortificante per la creatività di molti talenti nascosti, mente l'underground dovrebbe essere estraneo a certe dinamiche.
I vostri testi sono molto profondi. Come nascono?
In modi diversi, a volte basta una immagine, un gesto, una frase, una parola per dare spunto ad una riflessione. “J'astemme” è un disco in qualche modo politico. Non ci facciamo promotori di una nuova realtà, ma descriviamo quello che viviamo e subiamo. Credo che una frase di “Così fragile” racchiuda un po' il senso di tutto il lavoro: “Precaria come una bocca di rosso vestita per me”. La precarietà come condizione esistenziale, e quindi non solo lavorativa, è il nostro grido di allarme. Ci piace sgretolare certezze e opporci alla morale benpensante.
È evidente che il vostro vissuto quotidiano vi influenza molto. Come conciliate le vostre attività col fatto di suonare in una band?
Ci sacrifichiamo. Durante il giorno lavoriamo, ovviamente quando abbiamo la possibilità di farlo, (Sergio è un insegnante di filosofia, Nevio lavora in un negozio di strumenti musicali, Vladimiro fa l’architetto e Rino è un geologo) e la sera proviamo.
Come promuovete la vostra musica?
Adottiamo un regime pressoché totale di autogestione: il nostro cd si può richiedere tramite le pagine dei “Concetto etico” sui social network o scrivendo una mail a concetto etico@gmail.com. Utilizziamo molto Facebook e Twitter per interagire con “il pubblico” e promuovere le date della band. Ci piacerebbe molto riuscire a fare qualche data anche oltre la Campania ma non è facile farsi prendere in considerazione da locali e organizzare date e quant'altro serve per fare una serata. Nel frattempo in sala stiamo buttando giù nuove idee, nuove canzoni, nuovi testi, nuove storie.
 
 
07 marzo 2012
 
 
 
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