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Monti, il "favoliere" della Bocconi
 
 
Secondo lo studio di due ricercatori Bankitalia, in Italia la crescita potrà esserci tra 30 anni. A patto, però, che si realizzi la liberalizzazione vera di tutti i servizi
 
di Mimmo Della Corte
 
Pur essendo un napoletano doc, non amo i giochi. Ancora meno il bancolotto. Altrimenti avrei apprezzato, e molto, il fatto che il premier Monti, per rabbonire gli italiani, si è messo a dare i numeri e ci ha regalato la favoletta che, grazie alle sue manovre, il Pil crescerà del 10%, i salari del 12% ed i posti di lavoro dell’8%.Non vi nascondo che sarei felicissimo se questi numeri dovessero davvero uscire. Purtroppo non sarà così.
Il motivo è semplice: gli interventi previsti nei decreti del governo Monti più che garantire sviluppo, promettono recessione e regressione. Ancora di più, nell’immediato, a dispetto di quanto ha cercato di far credere il premier, evitando di sottolineare in quanti anni il miracolo della crescita dovrebbe avvenire. E senza, peraltro, che a nessuno sia venuta la curiosità di chiederglielo. A me il dubbio è venuto ed allora ho cercato di capirlo. Ed ho scoperto che ci vorranno almeno 30 anni. Lo studio, peraltro del 2009, di due ricercatori di Bankitalia, da cui Monti ha assunto questo dato, sottolineava, infatti, che allineando in 5 anni il livello di concorrenza dei servizi italiani a quello medio dell’Europa, “nel lungo periodo” (che in termini macroeconomici significa, almeno 30 anni) si sarebbe ottenuta una crescita di quasi l’11%. A patto, però, che nel frattempo si realizzi la liberalizzazione (vera) di tutti i servizi. Ora mi chiedo: può il Mezzogiorno, il cui Pil medio procapite è oggi di appena 14mila euro e che grazie alle manovre montiane si assottiglierà di almeno altri 2mila, aspettare 30 anni, per vederlo crescere di qualche migliaio di euro, in pratica semplicemente recuperando la cifra che nell’immediato ha perduto? E non parliamo dei campani il cui Pil è ancora più basso - 12mila euro - e dovrà anch’esso sottoporsi alla drastica cura dimagrante studiata, per tutti, dal pool di tecnici di Monti e del presidente Napolitano. E discorso analogo, ovviamente, per il paventato aumento dei salari e dell’occupazione.
 
Tutto questo, è utile sottolinearlo, sempre che tale crescita, seppure nel lungo periodo, effettivamente si realizzi. Ma nessuna delle manovre dei tecnici - checchè ne dicano i diretti interessati e la stampa anestetizzata dall’antiberlusconismo - contiene i germi necessari ad innescare il circuito virtuoso delle liberalizzazioni indispensabili allo sviluppo. Né in termini economici per i diretti interessati - che, anzi, al danno dell’aumento della pressione fiscale e dei costi di gestione, nonché della perdita di valore delle licenze, saranno costretti ad aggiungere anche la beffa delle diminuzioni delle entrate, in conseguenza del fatto che, mentre la quota di mercato resterà sempre la stessa, aumenterà il numero di quelli che dovranno, e potranno, spartirsela. Insomma, per dirla con l’antica saggezza partenopea: spàrte ricchezza e addevènta puvertà.
Il che, naturalmente, vale per tutti. Per i tassisti (e pensare che qualcuno di loro, per acquistare la licenza d’esercizio, ha speso quasi il doppio di quanto ha pagato il Ministro per le PA, Patroni Griffi, per accaparrarsi la casa vista Colosseo), quanto per i farmacisti (a proposito, quanti accetteranno di aprire una farmacia in una zona disagiata, quelle di montagna ad esempio?); per i notai quanto per gli avvocati (quale vantaggio deriverà per i cittadini senza problemi con la legge o che non hanno case da vendere o da acquistare, né eredità da destinare o raccogliere, dal fatto che le tariffe minime di questi professionisti sono state abolite e si potrà trattare con gli interessati il compenso dovuto?). Certo, sarà possibile acquistare i giornali anche presso supermercati, salumerie e, perfino, latterie, ma non si era detto che, con l’avvento del pc, la carta stampata era entrata in una crisi, praticamente irreversibile? E allora quale vantaggio ne ricaverà il Pil? Nessuno, ma Monti ha deciso che gli edicolanti dovranno rassegnarsi alla fame. In verità, di esempi simili potrei farne uno per ognuna delle vere-finte liberalizzazioni montiane, ma a cosa servirebbe, se non a ripetere inesorabilmente, sempre le stesse cose? Sicchè, credo sia molto meglio fermarmi qui.
Anche perché un’ulteriore riflessione ritengo sia giusto riservarla alla sottolineatura di quello che, invece, si sarebbe dovuto fare e non è stato fatto, per liberare il mercato e stimolare la concorrenza, aiutare il Pil a crescere e il Paese a svilupparsi e, allo stesso tempo, migliorare i servizi.
 
Liberalizzare i servizi pubblici locali, come quelli idrici o dei trasporti, affidando ad aziende ferroviarie private il servizio locale, nonché quello nazionale - ad eccezione dell’alta velocità - per merci e viaggiatori; separare le reti di distribuzione indipendenti - siano esse quelle del carburante che del gas - dal fornitore finale all’utenza, credito, commercio, assicurazione, posta, elettricità, spiagge, telefoni, poste, alle costruzioni e via di questo passo. Di tutto questo, però, nel decreto cosiddetto “cresci-Italia” non ce n’è traccia o quasi. Come non ci sono, o quasi, iniziative per calmierare banche e assicurazioni.
Anzi, per le prime ci si è limitati a mettere un tettuccio alle competenze per bancomat e prelievi, ma in compenso è stato imposto a tutti l’obbligo di aprire conti correnti, vietando i pagamenti in contanti per cifre superiori ai mille euro e se tanto mi dà tanto, a guadagnarci saranno proprio loro; mentre le seconde dovranno applicare uno sconticino per le polizze Rc auto a chi accetterà di farsi montare in macchina la scatola nera contro falsi incidenti e imbrogli vari ed eventuali. La spesa di acquisto e montaggio sarà a carico dell’assicurazione. Teoricamente sarà così, ma in pratica? Temo che finiranno per pagarla gli assicurati, senza neanche rendersene conto. A proposito, torna la “carta acquisti” per i meno abbienti inventata dal tanto vituperato governo Berlusconi. Ma nel Mezzogiorno se ne vedranno circolare pochissime. Per averne diritto, infatti, non basta essere poveri, ma bisogna essere poveri in una città superiore ai 250mila abitanti. Quante ce ne sono al Sud? Insomma, per i tecnici anche fra i poveracci ci sono quelli di serie A e di serie B.
 
 
 
08 marzo 2012
 
 
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