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Arriva il surf-rock dei Bradipos IV
 
 
Prosegue il viaggio tra i gruppi emergenti partenopei. I generi, le sonorità, i musicisti e i locali che li ospitano sono i protagonisti della nona puntata

di A. Alfredo Alph Capuano
 
Prima di premere “play” bisogna infilarsi le canoniche camicie a fiori, un pantaloncino dai colori sgargianti che riprendono l’azzurro elettrico dei cieli della west-coast americana e gli infradito. Il sound dei quattro Bradipi ha profumato da sempre di oceano pacifico, palme, surf e spiagge assolate, di quelle che era possibile vedere solo nei telefilm anni ‘90, quelle sulle quali sembrava che mai e poi mai sarebbe potuta cadere una goccia di pioggia. Solo onde cristalline, schiuma e birra fredda sotto un cocente sole di una primavera/estate senza inizio né fine, in un continuo “mardi-gras” iniziato nella notte dei tempi e destinato a non vedere mai il giorno prima degli esami finali, in cui le luci si spengono e si va a dormire ubriachi, stanchi come non mai ma felici. La forza di questo album, il cui titolo è quanto mai esplicito “Live at KFJC Radio!!”, è proprio questa: riesce a trasportare l’ascoltatore da un’altra parte. A meno che l’ascoltatore non sia di Los Altos Hill, luogo della registrazione, ma questo è un altro discorso. Ciò che è pregnante di significato invece, e che effettivamente dona smalto e lucentezza ad un album di 9 tracce e di circa mezzora, è l’eccezionale bravura e cura dei suoni che i quattro ragazzi casertani sono riusciti a riversare nel loro terzo vero lavoro discografico di inediti. E non è semplice riuscire a fare surf-garage e mantenere alta l’attenzione anche di chi non è predisposto naturalmente all’ascolto, divertendo e, contemporaneamente (e forse questa è la cosa più importante) riuscendo a non essere mai autoreferenziali e fini a sé stessi. Un sound ruggente, fatto di flanger, echi, delay e tocchi morbidi sui crash che annullano il rapporto tra figura e sfondo degli strumenti, tutti indispensabili, costruendo un’immagine sonora completa e piena su tutte le frequenze. Purtroppo, come spesso accade (anche se non ce lo auguriamo), passerà in sordina. Ma resta la piacevole sensazione che ci sia ancora materiale come questo album (ed artisti alle sue spalle) per chi la musica vuole sentirla nel senso di “feel” e non solo di “hear”.
 
 
 
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