IUPPITER GROUP | MEDIA • IuppiterNews • Iuppiter TV • Chiaia Magazine • La rivista del mare | LIBRI • Catalogo • Store
home | quelli di chiaia | S.O.S. chiaia | archivio numeri | news | primo piano | sollecitazioni | quartierissime | grande napoli | mobilità | banconote | saper vivere | movida
     
 
 
Nco, cucina matta contro il "sistema"
 
 
di Rita Giuseppone
 
Casal di Principe, Casapesenna, San Cipriano d’Aversa. Quando nel 2006 il fenomeno “Gomorra” accese per la prima volta i fari su questa realtà in provincia di Caserta, soltanto storici e giornalisti conoscevano il clan dei Casalesi, potente organizzazione camorristica, caratterizzata dalla forte penetrazione sul territorio, soprattutto in quelle sacche di corruzione della politica che, attraverso lo stretto legame con la criminalità, si insedia nelle istituzioni. Quasi dieci anni prima, Peppe Pagano, un giovane del territorio, è impegnato nel sociale con una delle parrocchie del posto per aiutare i disabili, portandoli al mare. Nasce così la cooperativa sociale “Agropoli”, a sostegno delle persone affette da disabilità psichica, con l’ausilio dei budget di cura della Asl Caserta 2, messi a disposizione per riconvertire la spesa sanitaria volta al recupero dei soggetti mentalmente disturbati. Oggi Peppe Pagano ha 34 anni e, lontano dal clamore mediatico dei libri sulla camorra, delle passerelle dei politici e degli arresti eccellenti, svolge quotidianamente un lavoro fondamentale: portare avanti la Nco, garantendo a decine di disabili mentali il diritto al lavoro, all’affettività, alla socialità, alla casa. In questi anni, infatti, la cooperativa dell’agro ha preso in gestione un bene confiscato alla camorra a San Cipriano d’Aversa, convertendolo in una comunità fornita di un ristorante dove gli stessi assistiti lavorano. Con gli anni, la Nco è diventata sempre più forte, grazie all’”alleanza” con altre associazioni e realtà del territorio, fra tutte “Libera”, il coordinamento delle associazioni che si battono per la legalità, contro tutte le mafie. «Il nome Nco - spiega Peppe Pagano - è ovviamente mutuato dalla sigla della Nuova Camorra Organizzata, la cupola di Raffaele Cutolo che negli anni ’80 acquisì il controllo della città. Il nostro ragionamento è stato questo: se il male può organizzarsi, perché non si può organizzare il bene?». Ovviamente gli ostacoli iniziali non sono mancati. In un territorio geo-criminalmente molto denso, i cittadini di San Cipriano d’Aversa temevano più i “matti” della cooperativa che i camorristi. «La diffidenza nei nostri confronti si è sciolta come neve al sole - ricorda Peppe - quando gli assistiti hanno cominciato a prendere contatti con la comunità, andando al bar o al caseificio, o dal salumiere a fare la spesa: i cittadini non vedevano più il “pazzo”, ma il cliente. Così, pian piano, li hanno accettati: in questa zona sono stati arrestati alcuni dei latitanti più ricercati d’Italia e i pericolosi eravamo noi?». Su questa scia, altre realtà importanti sono nate nella zona dell’agro: Libera Terra, ad esempio, la cooperativa che gestisce e coltiva terreni confiscati ai clan nel 2009, producendo, nel nome di don Peppe Diana, parroco assassinato per il suo impegno anticamorra, mozzarella di bufala, paccheri artigianali e altre prelibatezze che vengono servite nel ristorante Nco.
Uno schiaffo in pieno volto alla criminalità: riconvertire i suoi possedimenti, ora in mano allo Stato, in un esempio di legalità, ricavandone attività produttive per il territorio e per quelli che ci vivono. Un affronto enorme, eppure, la temuta camorra di Casal di Principe, non sembra essere l’ostacolo più grosso da abbattere. «Qui la camorra è organizzata a livello dirigenziale, - osserva Peppe - ha in ballo affari grossi. Un progetto sociale per togliere i “matti” dalle strutture e dalle strade per dargli una vita normale non rappresenta un fastidio per i clan. Certo, in passato abbiamo avuto minacce che abbiamo sempre denunciato, le forze dell’ordine ci sono state vicine, e oggi, essendo in rete con altre associazioni, siamo più difficili da colpire individualmente: la collettività è la nostra forza». Se è così, perché esempi come questi sono così rari e lo stesso Peppe Pagano ha trovato tante difficoltà, pratiche e burocratiche, nel suo cammino al punto da indire uno sciopero della fame e della sete nell’ottobre del 2011? Il futuro della cooperativa e quindi del progetto Nco è costantemente a repentaglio, non a causa della criminalità, ma su una base ideologica, che vede enti e istituzioni volti a difendere lo status quo e certi meccanismi che non pongono al primo posto la salute dei cittadini, bensì l’economia. «La malattia è un business per lo Stato. - chiarisce Peppe - Ci ritengono un pericolo perché abbiamo sovvertito un percorso economico e sociale che vede il malato mentale chiuso in una struttura, nient’altro che un paziente sedato e improduttivo, senza possibilità di riscatto». Per fornire prestazioni sanitarie e protezione sociale a questi soggetti, infatti, le Asl dispongono di fondi che, convertiti in Budget di Salute, si traducono in Progetti Terapeutico Riabilitativi Individualizzati, realizzati anche col sostegno delle cooperative. «Il nostro modello - prosegue Peppe - è la prova che un percorso diverso è possibile: quando un giovane con problemi mentali termina la scuola dell’obbligo trova il vuoto ed è costretto a stare in strutture che non lo riabilitano o per strada. Il fatto che lo Stato non faccia nulla per loro, fuorché mantenerli, senza prospettive, crea le condizioni per il proliferare della criminalità. Certo, la pizza di Nco è buona, ma non cambia le cose: un welfare diverso, ma soprattutto un’economia diversa, sono necessari, altrimenti le azioni della magistratura e della polizia risultano inutili se la politica in questo senso resta miope». Durante questi anni di impegno sociale in un territorio di frontiera, Peppe Pagano ha incontrato diversi esponenti politici e istituzionali e si è confrontato con realtà analoghe in altre città d’Italia. Ragiona da sociologo consumato, ma l’insegnamento più grande l’ha ricavato dall’esperienza: «Ho frequentato l’università della strada - racconta - imparando da tutti, perfino dai camorristi. Quando i clan, anche se opposti, si prefiggono un obiettivo, depongono le armi e si alleano per l’interesse comune. Dovremmo essere capaci di farlo anche noi. Non vogliamo fare la fine di Siani, non vogliamo altri martiri, come don Peppe Diana. Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente, formata da quella marea di giovani che non si sono rassegnati a ciò che hanno intorno.
 
Un "pacco" alla camorra
Nella capitale dei “pacchi”, specialità della piccola criminalità locale, una simpatica iniziativa dal titolo “Facciamo un Pacco alla Camorra” rifila la “sola” proprio al crimine organizzato. Il progetto, promosso dal Comitato don Peppe Diana, ha raccolto il supporto delle tante cooperative impegnate nel riuso produttivo e sociale dei beni confiscati alla camorra come Eureka, Cooperativa Lazzarelle, Fattoria Fuori di Zucca, Altri Orizzonti, Cooperativa Agropoli-Nco, Arte & Kore-sapori e Radio Siani. Acquistando il “pacco” su www.facciamounpaccoallacamorra.it si contribuisce ad un economia alternativa, in grado di restituire dignità e lavoro a soggetti svantaggiati. Tra i prodotti, tutti naturali e prelibati, le eccellenze del territorio campano: miele, caffè, cioccolato biologico, pomodori e verdure sott’olio, confetture, paccheri artigianali di Gragnano e tanto altro. Un’iniziativa utile da leccarsi i baffi.
 
 
 
 
Indietro
 
 
© 2005 - 2019 chiaiamagazine.it | tutti i diritti sono riservati | edizione Iuppiter Group | P.IVA IT07969430631