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Rifiuti, così la politica seppellì la legge del '73
 
 
di Mario Simeone
 
Mentre i bastimenti di monnezza continuano a partire per gli inceneritori stranieri, la raccolta differenziata a Napoli è ferma al 22% e l’Europa è pronta a multare l’Italia per l’inadeguato sistema del ciclo dei rifiuti in Campania, il giornalista Mario Simeone ripropone su Chiaia Magazine un illuminante articolo sulla legge regionale n.23 del 1973 che prevedeva, con uno stanziamento di 30 miliardi di lire, “costruzione, ampliamento e completamento di impianti per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani”. Che fine hanno fatto quei 30 miliardi? Quella legge, mai applicata, avrebbe evitato i preoccupanti e penosi scenari odierni. Nel 2008 della vicenda se ne occupò anche Gian Antonio Stella con un intervento, in prima pagina, sul Corriere della Sera. Crediamo che sia il caso - magari anche con un incontro pubblico aperto alla cittadinanza attiva e alle istituzioni - di riaccendere i riflettori su quella “buona legge”, disattesa e calpestata dall’immobilismo della classe politica. Una classe che, nel 2013, a distanza di quasi 40 anni, continua a proporre soluzioni transitorie tra chiacchiere, recriminazioni e rimpalli di responsabilità.
 
 
 
Nel giugno del 2007 la Commissione Europea ha avviato la procedura di infrazione contro l'Italia per la drammatica crisi riguardante lo smaltimento dei rifiuti in cui da decenni si dibatte, con Napoli, l'intera Campania. Un'evidente violazione della normativa UE sui rifiuti che si trascina dal lontano 1973. In quell'anno, infatti, la Regione Campania, tra le prime in Italia, approvò la legge n. 23 concernente i «finanziamenti regionali per la costruzione, ampliamento e completamento di impianti per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani». Il 19 novembre di quell'anno vennero stanziati 30 miliardi di lire, vincolati a tale scopo. Una somma considerevole per quei tempi messa a disposizione dei Comuni. L'impiego di quelle cospicue risorse era destinato a finanziare progetti esecutivi con l'indicazione delle localizzazioni degli impianti. Quella legge venne prorogata di un anno per dare più tempo ai Comuni di consorziarsi tra loro.Si giunse così a quella sospirata legge che ebbe come relatore l'assessore agli Enti Locali, Eugenio Abbro, già sindaco di Cava dei Tirreni, il quale si avvalse di una apposita commissione consiliare, allargata all'opposizione, con cui fece una scrupolosa ricognizione di come la questione rifiuti era stata positivamente affrontata dalle altre Regioni, specialmente del Nord-Italia. La commissione andò anche a Vienna dove era stato realizzato, al centro della città, un mega inceneritore con capacità di produrre energia elettrica.
I 30 miliardi dovevano essere coperti da un mutuo, di pari importo, per finanziare gli impianti previsti in un piano quinquennale che assegnava agli esercizi finanziari del 1974 (5 miliardi); del 1975 (10 miliardi); del 1976 (10 miliardi); del 1977 (2,5 miliardi) e del 1978 (2,5 miliardi).
Nell'esercizio finanziario regionale del 1978 (capitolo di spesa 352) risulta accantonato l'intero importo di 30 miliardi. Evidentemente, a quella data, i comuni non avevano richiesto alcun finanziamento. Nell'esercizio finanziario del 1979 la Regione Campania (capitolo di spesa 280) elimina - considerandoli residui passivi - 27 miliardi e 400 milioni e nel 1980 (capitolo di spesa 275) trasferisce, nei residui passivi, i rimanenti 2 miliardi e 600 milioni. Ed il “drammatico gioco” è fatto! I 30 miliardi di lire vincolati dal legislatore alla costruzione degli impianti vengono cancellati. Il tutto avviene nel silenzio più totale, con la soddisfazione di quanti, sotto sotto, perseguivano questo obbiettivo. Ovvero interessi malavitosi e trasversali che, di lì a poco, avrebbero visto protagonisti i clan camorristici occuparsi della lucrosa gestione dello smaltimento dei rifiuti, a livello regionale e nazionale. Così la Campania diventò, di fatto, sito nazionale di discarica aperta ai rifiuti anche tossici del Nord-Italia.
Alla domanda che viene spontanea: dove sono andati a finire quei 30 miliardi, la risposta dovrebbe essere nei residui passivi, ma non è proprio così. Nei riscontri, non facili, che abbiamo cercato di fare, emerge che quel mutuo di 30 miliardi di lire, di fatto non fu mai acceso dalla Regione Campania. Uno stanziamento voluto dal legislatore, dunque, solo virtuale. Insomma una sorta di presa in giro alla comunità regionale che non si poteva rendere conto delle gravi conseguenze che ne sarebbero derivate a distanza di tempo. Sono stati sprecati, ad oggi, quasi 2000 miliardi di euro dai commissariati straordinari della Regione Campania. Fondi stanziati dai Governi nazionali succedutisi e dalla Comunità Europea. Ai quali va sommata la tassa sui rifiuti pagata, in questi decenni, dai campani con i risultati che sappiamo.
Oggi, quella stessa Europa, “matrigna” per tanti altri versi, ci presenta il conto sui rifiuti chiedendoci ragione del corretto impiego delle risorse comunitarie concesse. Viene da chiedersi se la Regione ha tutte le “pezze giustificative” da far valere. A noi pare - per quanto abbiamo cercato di documentare - di no. Abbiamo forti riserve sulla credibilità e affidabilità di questa Regione Campania di ieri e...di oggi. Saremmo ben lieti di sbagliare. Vero è che sulla “questione rifiuti” ci sono state troppe omissioni ed omertà in questi decenni da parte di chi ci ha rappresentato nelle istituzioni e non solo. Sono mancati soprattutto i controlli in particolare sulla spesa regionale.
Come è possibile che quella legge (dichiarata urgente in applicazione dell'art. 127 della Costituzione) del 23 novembre 1973 non sia stata applicata? Quale organo dello Stato doveva intervenire? Come è possibile che dei 500 e più Comuni della Campania (con Napoli in primo luogo) nessun consigliere comunale, nessuna amministrazione locale, da sola o in consorzio, abbia presentato un progetto esecutivo per la realizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti? Ed ancora: come è possibile che nessun presidio giudiziario, universitario o accademico etc. etc. abbia dato una risposta a tale quesito? E la cosiddetta opposizione nei Consigli regionali, in quelli comunali e provinciali non sia insorta. L'opposizione sapeva dell'esistenza di questa buona legge. Buona perché scaturiva, temporalmente, dall'emergenza igienico-sanitaria che aveva vissuto Napoli ai tempi del colera del 1973 e dai moti irrefrenabili di Pianura quando quella popolazione bloccò la discarica infetta e stracolma di località Pisani dove venivano versati, da anni, i rifiuti di tutta la Campania. La verità è che non si è voluto operare in direzione della centralizzazione regionale del servizio-rifiuti che, con la sua attuazione si sarebbe, inevitabilmente, realizzata.
Bandendo ogni ipocrisia ribadiamo, ancora una volta, che in questo creato vuoto istituzionale è proliferato il “cartello camorristico dei rifiuti” i cui costi sociali sono profondi, tanto che tutto il Paese è stato costretto a subire e a farsene carico. A cominciare dal contribuente campano al quale è stato negato il più elementare e necessario dei servizi. E da tempo si ritrova a pagare anche l'aliquota-rifiuti più alta d'Italia. Tra poco si aggiungerà anche la “tassa della Comunità Europea”. Ovvero la mega multa che Regione Campania e Governo Nazionale dovranno versare per i tanti fondi comunitari sprecati. Si parla di una multa di 500.000 euro al giorno. Verrà addossata - com'è prevedibile - sull'innocente contribuente.
 
 
 
 
4 ottobre 2013
 
 
 
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