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Nola, il cielo č dei Gigli
 
 
Passeggiata dietro le quinte della festa più caratteristica e controversa della Campania

di Rossella Galletti
 
Ogni anno, la prima domenica che segue il 22 giugno, i cieli di Nola sono dipinti di gigli.
Anche quest’anno, entrando nella città, a fine giugno, si possono vedere centinaia di collatori aggirarsi intorno al giglio, che si fanno carico di portare a spalla, fieri della loro escrescenza, non un piccolo callo, ma una collinetta che tende verso il volto. I meno giovani hanno i bozzi più vistosi, guardati con profondo rispetto dai ragazzi che da poco sono stati iniziati alla pratica devota. Si chiamano paranze i gruppi di collatori assegnati ai singoli gigli. Ogni paranza ha un suo nome e una divisa identificativa, spesso una maglietta di un colore sgargiante: rosso, arancione, giallo, blu. I gigli di Nola è la festa del colore fatto dalle paranze che si incontrano, scontrano e si aggirano per il dedalo di vie del centro storico. Ma è anche la festa della musica: un repertorio composto da canzoni della tradizione campana e da motivi in testa alle hit parade, suonati dalla banda, posizionata sul giglio a circa due-tre metri d’altezza da terra, che adatta le musiche al passo dei collatori. Ogni giglio ha un nome che richiama una delle antiche corporazioni di Nola. Quest’anno l’Ortolano è assegnato alla paranza Trinchese, la più antica di Nola; il Salumiere alla paranza Ft; il Bettoliere a Pollicino; il Fornaio a Franzese; il Beccaio ai Volontari; il Fabbro a Stella; il Calzolaio all’Insuperabile, una paranza che viene da Barra; il Sarto ai Formidabili, anch’essa barrese. Le botteghe del luogo (Nal, Tudisco, Vecchione) forniscono il legno di cui è fatto il giglio e la cartapesta di cui è vestito.
Un tempo erano fiori, si racconta, oggi sono obelischi mobili alti perlomeno 25 metri. Nell’Ottocento avevano ancora la forma di torri quadrate, oggi sono triangolari, quasi dei calchi campani delle piramidi egiziane. Con la differenza che i gigli camminano, ballano e saltano per le strade della città grazie ai collatori (gli uomini che portano su una spalla la pesante struttura, il cui peso raggiunge la tonnellata).
Si contano circa centocinquanta trasportatori per ogni torre, altri sono pronti a dare il cambio quando la fatica è tale da non poter più sostenere lo sforzo sovrumano. Il marchio comune a tutti i collatori è l’escrescenza vistosa sulla spalla che ha retto le varre o i varretielli - rispettivamente le barre frontali e laterali usate per sollevare i gigli da terra - è il segno che identifica i corpi dei devoti, indicandone il sacrificio in onore di San Paolino da Nola, il santo a cui è dedicata la festa.
Ma il bozzo è anche simbolo di forza, di mascolinità, è oggetto di vanto da parte di chi lo porta orgogliosamente sul proprio corpo e di ammirazione profonda da parte della comunità. Proprio quel segno tangibile è stato letto talvolta come un’incorporazione dei valori della cultura camorristica napoletana, quei valori di forza bruta, prepotenza, sopraffazione, talmente accolti da un popolo da istoriarseli sulla pelle, muscoli, carne.
è considerata da molti napoletani di città una festa kitsch, promiscua da alcuni uomini di chiesa, pagana da certi parroci che ignorano l’inesattezza di una tale definizione, festa di camorra è considerata dagli stessi, e le cronache recenti lo testimoniano.
La festa dei gigli è forse tutto questo e di più. È una festività a cui aderisce l’intera comunità: camorristi e avvocati, operai e insegnanti, emigranti che fanno ritorno in patria il 22 giugno di ogni anno e contadini, vecchi e bambini.
«Chi è cresciuto a Nola sa, anche nella definitiva lontananza, di non potersene veramente distaccare. Il che vuol dire che Nola ha come vivente organismo storico un’identità forte. La festa dei gigli è questa identità spirituale, sensualmente esibita» scriveva Aldo Masullo nel 1994. Ancor più che i filosofi, gli etnologi conoscono bene quale sia la valenza antropologica di una festa così sentita da tutta la popolazione Una manifestazione religiosa, ma certamente anche un dispositivo cerimoniale in cui si identifica, riconosce e rinvigorisce ogni anno la comunità. Un fenomeno collettivo che coinvolge i nolani ininterrottamente da secoli. La festa dei gigli non tramonta, non muore mai. Sarebbe impossibile cercare di abolirla. E tantomeno atrofizzarla nell’austerità dei dogmi della chiesa.
I gigli di Nola sono i monumenti caduchi di una cultura che unisce e si nutre di sacro e profano: la borda, la struttura centrale su cui si costruisce il giglio, una volta alzata è innaffiata con spumante e cosparsa di sale. Un’usanza antica benaugurante, che ha lo scopo di proteggere il giglio e la paranza fino al momento in cui, tre giorni dopo la processione della domenica, i gigli esposti nella piazza del Duomo, vengono buttati a terra nello sconforto generale dei nolani e muoiono per rinascere l’anno successivo.
 
Le immagini più suggestive dei Gigli
 
 
 
 
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