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Attacco alle industrie del Sud
 
 
Crisi e politica contro l'economia meridionale

di Mimmo Della Corte
 

Alcoa di Portosvesme, llva di Taranto e Fiat Panda di Pomigliano d’Arco. Tre realtà industriali, il cui ciclo vitale, però, oggi, attraversa un momento di estrema difficoltà. La crisi dell’economia globalizzata, la recessione congiunturale (aggravata dalle manovre restrittive per risanare gli “spossatissimi” conti pubblici), il costo dell’energia, l’inquinamento del territorio e dell’ambiente causato dall’Ilva sono i massimi responsabili di ciò che si sta verificando, creando una situazione drammatica che colpisce 30.000 unità lavorative. Ma siamo davvero convinti che a mettere a rischio il futuro delle industrie del Sud siano soltanto questi fattori?

Credo, invece, che il vero problema sia rappresentato proprio dalla loro meridionalità. Per averne consapevolezza è sufficiente riflettere su tante vicende simili che l’Italia del tacco ha dovuto “subire”. Iri docet. Di più, credo che, in queste settimane, come me, i lettori abbiano avuto modo di leggere i giornali, guardare la televisione ed abbiano, quindi, potuto rendersi conto di quanti pseudo intellettuali e giornalisti, ma anche espressioni di partito - e non solo della Lega - stiano cercando disperatamente di convincere tutti che la salvezza dell’Italia, dipende dall’abbandono del Sud e dalla chiusura delle aziende in difficoltà operanti al di sotto del Garigliano. Nessuno di “lorsignori” si è chiesto, però, come mai le acciaierie del Nord - neanche quelle dello stesso gruppo proprietario dell’Ilva di Taranto - non inquinino e quelle del Sud, invece, sì; nessuno si è chiesto, ad esempio dove sia finito quell’1,4mld di euro (pari a quasi 2 miliardi e 800 milioni di vecchie lire) di differenza fra i 7,6mld (quasi 15.000 mld di vecchie lire) che la Fiat, secondo la Cgia di Mestre, ha ricevuto dalla Stato in 35 anni di vita ed i 6,2 mld che ha effettivamente investito. Così come, nessuno pare ricordarsi che alla Fiat bastarono soltanto mille lire per acquistare dall’Alfa Romeo-Alfa Sud, ovvero dallo Stato, quello stabilimento pomiglianese che oggi vorrebbe dismettere o cedere ad altri. è, inoltre, a dir poco “strano” il fatto che l’attivazione del fondo europeo di globalizzazione, istituito dall’Ue per aiutare direttamente i lavoratori che perdono il lavoro e dotato di 500 mln l’anno, nel 2011 sia stato richiesta da palazzo Chigi, soltanto 7 volte e sempre per aziende e lavoratori del Centronord, mentre gli unici al momento già finanziati con 33,6 mln di euro, sono stati i lavoratori del Trentino Alto Adige-Sud Tirolo.

Allora diciamolo: il Sud non ne può più di essere fatto oggetto di scherno da parte di chi, come Formigoni, per garantirsi l’appoggio della Lega in vista dell’ennesima corsa per il Pirellone, e Maroni, continuano a chiedere l’istituzione della macroregione del Nord che, secondo loro, senza il peso del Sud, segnalerebbe il Pil più alto d’Europa. Hanno ragione, ma se il “tacco” decidesse di staccarsi dallo stivale e non comprare più lombardo, torinese ed emiliano, cosa succederebbe? Hanno pensato a questo rischio che, se si verificasse, col tempo, li ridurrebbe sul lastrico, mettendone in discussione preminenza e arroganza.

Sicché, dal Nord ricco dell’Italia, diventerebbero il Sud povero dell’Europa. Usino il cervello, allora. Siano più cauti e rinuncino allo spadone di Alberto da Giussano. Nascere al Sud non è peccato.

17 Ottobre 2012

 
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