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L'ultimo desiderio di Totò
 
 
di Nino De Nicola
 
Roma, 15 aprile del 1967, circa le due di notte: Totò si sta congedando dal mondo. Tra le sue ultime volontà, una affiora prepotentemente alle labbra: «Edua’, Edua’ - sussurra al cugino -, mi raccomando. Quella promessa: portami a Napoli». In punto di morte lui non dimentica: perché il suo destino si compia, vuole che l’ultimo viaggio sia quello del ricongiungimento con la sua città. A Napoli la notizia che Totò se n’è andato si diffonde in un amen: il popolo si inginocchia col cuore straziato, poi si ricompone ed attende. Attende che la salma del grande artista sia trasportata in città dalla Capitale. Il primo omaggio alle spoglie di Totò la gente lo rende già al casello dell’Autostrada del Sole: l’auto col feretro si fa strada tra migliaia di persone. La cornice umana, poi, che lo aspetta davanti alla basilica del Carmine Maggiore per l’orazione funebre, è da mozzare il fiato: fuori 100.000 persone, commozione alle stelle. Dentro altre 3.000. Un lungo, corale applauso, l’ultimo, al grande napoletano, poi il suono delle campane: impossibile frenare le lacrime, il lutto arriva alle viscere della città, le scuote, le stringe. E’ l’ultima teatrale rappresentazione di un amore incondizionato che mette d’accordo tutti i napoletani: in «quel fatato omino lunare che ha nella sua faccia tutte le storie del mondo» - come lo definì Fellini - loro, i napoletani, riconoscono soprattutto le proprie storie e hanno ragione. E’ una complicità antica, di sangue e di anima, e ora scorta fedele la bara di Antonio de Curtis: anzi è la folla, gli sconosciuti, che si impadronisce del feretro per portarlo in trionfo all’interno del Carmine. Per tutti parla NinoTaranto:«I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo “esaurito” della sua carriera. E tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti». Intanto, giacché si tratta di un funerale napoletano, c’è anche il colpo di scena: qualcuno è colto da malore, giura di aver intravisto Totò redivivo. E non ha tutti i torti: si aggira tra la calca, infatti, Dino Valdi, attore e controfigura di Totò al quale somiglia in modo impressionante. Intermezzo che non guasta la solennità del momento e che Totò apprezzerebbe senz’altro. Del resto l’aveva detto lui stesso: «Io e i napoletani siamo una cosa sola, gentile e appassionata, come ridere e chiagnere». Sicché l’ultimo atto dell’addio, si incarica di scriverlo con un’alzata di ingegno e con l’inchiostro surreale della tragicommedia la città stessa quando, alcune settimane più tardi, un capoguappo della Sanità, il quartiere di Totò, decide di celebrare un altro funerale, a bara vuota ovviamente e con tutto il rione mobilitato. Messinscena epica, sanguigna che suona come il sigillo dell’ultimo bacio, geloso, esclusivo, di una madre, partenopea naturalmente, al suo diletto figliolo: i figli a Napoli «so’ piezze ‘e core», figurarsi Totò. Con tanti saluti a chi ha affermato: «Totò è come la Cappella Sistina…è patrimonio dell’umanità». Sì, certo, Totò universale, ma prima di tutto napoletano: uno che, a 38 anni dalla sua dipartita, appare ai napoletani ancora saldamente ancorato a questa «valle di lacrime» se è vero che sulla sua tomba al Cimitero del Pianto spuntano bigliettini in continuazione, con richieste di aiuti e consigli. Un po’ come San Gennaro: ma con la differenza che quest’altro, Totò, il santo laico, scendeva spesso e volentieri dall’altare del mito e i napoletani se li andava a cercare e se li godeva con spettacolari bagni di folla. Sono storia notissima le sue incursioni, già ricco e famoso, nel ventre della Sanità con un gran macchinone di lusso: l’auto procedeva lentamente tra due ali di folla, poi era costretta a fermarsi. Esattamente quanto voleva Totò: l’estasi ubriacante di un abbraccio d’amore, e più soffocante era e meglio era. Questo di giorno. Di notte, e non è una favola metropolitana, ci tornava in incognito, puntava dritto alle porte dei «bassi» e ci infilava sotto banconote a più zeri: senza che nessuno potesse ringraziare per il «miracolo». Ma l’aureola della beatitudine il quartiere gliel’ha data lo stesso dato che al suo «principe» ha costruito anche un’edicola votiva. E nell’aprile del ’90, quando in via Santa Maria Antesaecula è stato sistemato un bel busto dell’attore, la «sanità» si è letteralmente fermata e ha festeggiato a dovere: nessuna mestizia, ma gioia ed entusiasmo, con la gente assiepata ai balconi, arrampicata sulle auto in sosta, aggrappata ai davanzali. A Santa Maria Antesaecula Totò ci era nato: in casa sua, poi, ci erano finiti due anziani pensionati, Giulio e Maria Bardella. Lui puntualmente li visitava. Già, i suoi «ritorni»: una sorta di pellegrinaggio del cuore, ma con una concessione alla gola. Alla pizzeria «Da Michele», nei pressi del teatro Trianon, ci andava, infatti, con gli amici per addentare golosamente una Margherita o una Marinara. Totò e la pizza: due miti ecumenici per la nazione napoletana visto che a Melbourne alcuni emigrati hanno addirittura aperto una pizzeria, intitolandola a Totò, mentre negli States i film del «principe» vanno a ruba tra gli italoamericani. Da un continente all’altro, dunque, Antonio de Curtis è ormai anche un simbolo cui spetta riannodare i fili del sentimento con la madrepatria. Chi a Napoli invece ci vive, Totò non se lo fa di certo mancare: Totò tra i pastori presepiali di san Gregorio Armeno, Totò in foto nelle botteghe, nei vicoli, nei bassi, al bar, dal barbiere e c’è persino un teatro a lui dedicato. Insomma, la storia di una passione totale e reciproca che sfida il tempo e lo vince. E senza mai un tradimento. Lo dimostrò Totò quando venne a Napoli, per l’ultima volta, nell’ottobre del ’63: al Teatro Mediterraneo fu festeggiato e premiato. Ci fu un’ovazione: il «principe» si tolse gli occhiali scuri (era ormai quasi cieco) e iniziò a piangere come un bambino. Lacrime di commozione per il più prezioso dei beni: l’affetto dei napoletani.
 
5 aprile 2012
 
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