IUPPITER GROUP | MEDIA • IuppiterNews • Iuppiter TV • Chiaia Magazine • La rivista del mare | LIBRI • Catalogo • Store
home | quelli di chiaia | S.O.S. chiaia | archivio numeri | news | primo piano | sollecitazioni | quartierissime | grande napoli | mobilità | banconote | saper vivere | movida
     
 
 
Mazzini, quelle lettere d'amore napoletane
 
 
di Nino De Nicola
 
Napoli, culla elettiva del sentimento amoroso; città sensuale per natura, sponda complice di infatuazioni fatali. Gli stessi stranieri di passaggio, o meglio i non napoletani, catturati dalle malie del «genius loci», all’incantesimo cedono spesso e volentieri. E’ un languore ineffabile che irretisce persino insospettabili eroi risorgimentali, duri e puri, abitualmente mille miglia lontani da turbamenti e abbandoni: è il caso di Giuseppe Mazzini al quale basta che l’amata, tale Giuditta Sidolfi, soggiorni per alcuni mesi nella capitale borbonica per intrecciare con lei un epistolario passionale e romantico. Il grande patriota si dimostra innamorato premuroso laddove, nell’ottobre del 1834, esordisce, scrivendo: «Voglia Dio che tu possa godere, per qualche tempo almeno, della tranquillità del riposo che sono necessari al tuo fisico». E senza dubbio dimostra, qualche rigo più avanti, di saper parlare al cuore di una donna, quando prosegue: «Ho bisogno di ricorrere al tuo ritratto che diventa per me ogni giorno più caro, e che mi pare si faccia ogni giorno più bello. E adesso sei tu, sono le tue lettere, i tuoi capelli, le tue foglie di rosa, il tuo nastro, la tua piccola borsa, tutto ciò che ti appartiene, tutto ciò che ti rammenta a me, che forma la mia vita e che mi dà ancora dei palpiti di gioia, poiché io ne formo come un piccolo mondo: il mondo della mia Giuditta e mio». Insomma un Mazzini letteralmente in orbita che in questi momenti l’Italia la lascia in anticamera; un Mazzini assediato, come ogni amante che si rispetti, dalle tipiche, irrazionali paranoie abbandoniche degli innamorati persi visto che scrive:«Poiché io voglio vederti, tu lo sai, anche a costo di allontanarmi da te per sempre: bisogna che io ti vegga una volta ancora, bisogna ch’io ti abbracci, che pianga, che rida, che scherzi coi tuoi capelli, che ti parli, che oda il suono della tua voce, così dolce quando è dolce». Napoli, poi, dionisiaca e eccessiva, lo mette poi sui carboni ardenti quando confida alla sua Giuditta con trepidazione: «Saperti sola, isolata in mezzo a una vasta, popolosa città, mi addolora immensamente». E, al momento dell’addio, il padre della patria chiude magistralmente con le solite, sublimi banalità e il classico appello di prammatica di un cuore che palpita: «Attendo la tua lettera da Napoli, come se fosse la prima lettera che mi hai scritto. Non sarò tranquillo fino allora. Non posso che amarti, ma non posso dirtelo come vorrei. Amami. Giuseppe». Insomma, niente male per uno, diventato leggenda per la sua devozione all’unico bene supremo dell’unità della patria: sul piano umano la lettera, spiraglio sufficiente a curiosare nella sua intimità di semplice uomo, gli rende giustizia. Resta da chiedersi: se Giuseppe non avesse saputo la sua adorata Giuditta in quel di Napoli, avrebbe usato toni altrettanto teneri e ardenti?
 
5 maggio 2012
 
Indietro
 
 
© 2005 - 2017 chiaiamagazine.it | tutti i diritti sono riservati | edizione Iuppiter Group | P.IVA IT07969430631