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Villa Comunale: tanti misteri, molti rifiuti e cantieri infiniti
 
 di Marco Padula
 
«Più la nostra città si trasforma nell’imbruttirsi e nell’autodemolirsi, più i suoi figli si confortano, guardandosi alle spalle e ricercandovi il mondo favoloso, che fu dei loro padri e del quale conservano amorevolmente i modi, le mode e le immagini». Così scriveva anni fa Gino Doria, il conoscitore più appassionato di Napoli. Un concetto, inconsciamente ripreso da Antonella Esposito, poetessa che sa cantare la vera anima del popolo, quando dice: «Napule, Napule, Na’ pecchè t’aggia sempe sunnà, pe’ nu’ guardà ’stu presente ca nun se po’ cuntà?», Se è ancora possibile ammirare e godersi alcune testimonianze d’arte, di storia e naturali, come il Maschio Angioino, Castel dell’Ovo, lo stupendo paesaggio del Golfo, il sogno invece è proibito per la Villa Comunale, ridotta oggi a un’arida prateria di incuria, di rifiuti e di cantieri senza fine. Dopo il miracoloso «restyling» in occasione del G8 del 1994, che - pur con tutti i suoi limiti derivanti da un’accelerazione dei lavori e da qualche discutibilissima scelta architettonica - fu un momento positivo. Il seguito è stato totalmente nel segno del «resto di niente». Insomma per un lento, inesorabile degrado. Le fontane, quasi tutte, sono diventate contenitori di ogni rifiuto, quella storica, delle cosiddette “paparelle”, è una putrida vasca di acque piovane e altro ancora; la “Cassa armonica”, a causa di un finto restyling per la Coppa America, ha perso la sua splendida corolla di ghisa e vetri colorati, che al tramonto si accendevano di policromi riverberi e non è ancora stata riposta dov’era da oltre mezzo secolo. Non parliamo della morte dei lecci, certamente dovuta a ragioni “anagrafiche” ma anche a pregresse, croniche incurie. Oggi la la Villa Comunale è l’immagine fedele del declino di Napoli che, in questo suggestivo luogo, visse invece le stagioni più felici e culturalmente più intense. Regno di un mondo, che un tempo sapeva unire, senza demagogie, tante realtà sociali, da quelle gentilizie alle più popolari, ha toccato il fondo nell’ultimo ventennio, sotto un “trittico” di sindaci - Bassolino, Iervolino, De Magistris - la cui storia di inadempienze, in barba ad ogni codice, non sarà mai “prescritta”. Le colpe sono tante e di tutti, ma quella maggiore e imperdonabile resta lo sfratto del “Circolo della Stampa” e del restyling fantasma della “Casina del Boschetto”, che ha privato la Villa di un grande presidio di socialità, cultura, vigilanza e prestigio. Si disse, subito dopo lo sfratto, che al posto del Circolo della Stampa sarebbe stata creata la “Casa della Cultura”. Ma la “casa promessa” resta un miraggio come la stessa ristrutturazione, dopo aver sperperato soldi pubblici. In tutto questo non è un miraggio il vecchio fabbricato ridotto a un immondezzaio. Che dire? In una regione che ha, unica al mondo, “Il villaggio delle ecoballe a cielo aperto”, non ci vuole molto a capire che l’immondezzaio della Villa è un’inezia, una veniale dimenticanza che si commenta da sola.
 
14 giugno 2013
 
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