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IL CASO / ALDO MORO, i segreti della borsa nel libro di Altamur
 

 

di Lidia Girardi

Con la perizia dello studioso e la dedizione del giornalista, Marcello Altamura si è addentrato in una delle pagine più fumose della storia del nostro Paese: la strage che si è consumata, in via Fani, il 16 marzo 1978 e ha portato al rapimento del presidente della Dc, Aldo Moro. Nel suo libro “La borsa di Moro”, appena pubblicato da Iuppiter Edizioni, ricostruisce i pezzi mancanti di quella buia mattina romana attraverso testimonianze e documenti inediti.
Prima di quel famoso 16 marzo 1978 quali erano le ansie di Moro?
Nel 1978 Moro aveva assunto il ruolo di grande tessitore del governo (compreso il Pci) e muoveva delicati equilibri istituzionali. Il Presidente aveva iniziato ad essere seguito e di questo era molto preoccupato anche il Maresciallo Leonardi, a capo della sua scorta. Leonardi aveva segnalato la presenza di movimenti sospetti e in particolare la presenza di una Fiat 128 bianca anche sotto casa del presidente della Dc, e aveva denunciato questi fatti sia oralmente che con una serie di rapporti. Questi documenti, dopo via Fani, scompaiono e tutte le autorità negano che Leonardi avesse mai segnalato alcun pericolo. In questo quadro scompare anche una lettera di minacce delle Br, come racconterà il giornalista Mino Pecorelli.
Nel suo libro racconta di come i percorsi di Aldo Moro subissero continue variazioni. I brigatisti erano a conoscenza dei diversi itinerari?
Il percorso variava a seconda del traffico e anche il 16 marzo, come sempre, Leonardi comunica il percorso scelto via radio. La mia ricostruzione porta a pensare che al Maresciallo sia arrivata la comunicazione di due problemi: il primo è un incidente che bloccava via Cassia Vecchia; il secondo è che in piazza dei Giuochi Delfici c’erano dei vigili che deviavano il traffico. Quella mattina diversi testimoni videro in strada due macchine e alcuni poliziotti che smistavano il traffico. 
Due episodi rimasti oscuri che ci fanno pensare che via Fani, probabilmente, quella mattina fu per Leonardi una scelta obbligata. E forse i due blocchi del traffico non erano estranei all’operazione.
Alcuni elementi sulla scena di via Fani non tornano con quello raccontato nel Memoriale Morucci. Cosa emerge di nuovo?
Per circa 40 anni il Memoriale scritto dal brigatista Valerio Morucci è stato considerato lo scrigno della vera storia di via Fani ma in realtà ci sono due elementi fondamentali che sono stati sempre tralasciati: il primo è la presenza di più persone sulla scena della strage, rispetto a quelle indicate nella ricostruzione ufficiale, oltre ad emergere anche fisionomie diverse da quelle indicate da Morucci. Il secondo è che venne impiegato un numero di mezzi superiore a quello indicato fino ad oggi.
Morucci parla anche delle armi utilizzate per la strage, ma anche stavolta c’è qualcosa che contrasta con ciò che era realmente accaduto.
Gran parte dei testimoni parla di spari a raffica, quindi di persone che impugnavano dei mitra, invece Morucci asserisce che i brigatisti hanno sparato solo con le pistole e solo in quattro. Guardando le foto successive alla strage ci si rende conto che è improbabile che quattro persone, con le sole pistole, abbiano potuto produrre una mole di fuoco così importante.
La difficoltà di trovare una verità assoluta, dopo quasi 40 anni dalla strage di via Fani, ha visto susseguirsi svariate ipotesi su chi fosse realmente presente quella mattina. Lei a quale conclusione è giunto?
Una mia fonte riservata, ben introdotta nell’ambiente delle Br dell’epoca, mi ha fatto presente che durante le azioni poteva capitare che vi fossero altre persone coinvolte appartenenti alle Br, ma che di ciò non tutti ne fossero a conoscenza. Nel libro, l’ipotesi a cui giungo è che l’azione non fu eseguita dai quattro brigatisti, bensì da più nuclei.
Ritiene che sia possibile che un’azione studiata così nel dettaglio dalle Br possa aver visto coinvolti anche forze estranee a quelle che l’avevano organizzata?
Senz’altro e lo dimostrano anche le parole del brigatista Fiore che asserisce «Quella mattina c’erano persone che non gestivamo noi». Questo ci conduce all’ipotesi che forse il commando contava più di 10 /11 persone indicate nella storia ufficiale, ma al contempo non tutti sapevano né quante persone c’erano, né tutti i compiti delegati. Basti pensare alla famosa motocicletta che compare ad azione conclusa e di cui Moretti dice «Non c’era nessuno dei nostri su quella moto». Intanto quella moto scorta l’auto che porta via il presidente Moro, quindi trovano piena corrispondenza l’impianto organizzativo dell’azione in via Fani con le parole degli stessi brigatisti.
E allora chi avrebbe coordinato i vari nuclei per uniformare l’intera azione?
Io credo che chi ha coordinato e deciso l’azione in via Fani non aveva a che fare con il “bracciantato brigatista”, per dirla con Leonardo Sciascia, intervenuto quella mattina.
Si è sempre parlato di un tamponamento tra la 130 di Moro e la 128 dei brigatisti, ma nel suo libro smonta questa ipotesi grazie ad una foto. Cosa si vede in quest’immagine?
Quella foto ci fa sapere che la dinamica raccontata da Morucci e Moretti sarebbe totalmente falsa. Il contatto tra le auto c'è stato e l'ammaccatura che si vede ne è la prova, ma un contatto non è un tamponamento. Considerato il peso della carrozzeria della 130, se davvero avesse tamponato la 128 avrebbe fatto rientrare, per l'impatto, il paraurti che invece, ancora oggi, presenta solo una lieve ammaccatura, questo a conferma del fatto che ci fu sì un contatto ma che fu con ogni probabilità dovuto alla perdita di giri del motore della 130 che si fermò “morendo” proprio appoggiando il muso alla 128. 
Il suo libro s’intitola “La borsa di Moro”. Si tratta di una delle cinque che il Presidente portava sempre con sé. Perché è così importante capire che fine ha fatto quella borsa? 
Grazie a una testimonianza inedita che ho pubblicato, posso dire, in anteprima, che la più importante delle cinque borse, quella in cui, a detta della moglie di Moro, erano contenuti documenti sensibili, quella mattina non fu portata via dalle Br. 
Morucci sostiene di avere portato via due borse, peccato però che l’unica testimonianza che viene sempre citata per corroborare questa tesi non parli mai di una ventiquattrore né di una borsa di pelle, bensì di una borsa e di un borsone e non mi risulta che Moro avesse nella 130 un borsone.
Quindi chi ha preso in custodia quella borsa e chi ha sottratto quei documenti così importanti per la storia politica del nostro Paese? 
Per la prima volta una persona che era lì quella mattina e che ha seguito da vicino i fatti, ha deciso di parlare. Ha seguito con i suoi occhi il destino di quella borsa e penso che quanto ha da dire, a quasi 40 anni dalla strage, non passerà inosservato.
25 ottobre 2016 - chiaia magazine
 
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