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L'EDITORIALE / SPERANDO IN ASTOLFO
 

 

di MAX DE FRANCESCO

Calza una favola la battuta di Alessandro Bergonzoni per chiudere l’anno e spacchettarne uno nuovo: «Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno». Consumato da un carrierismo privo di lungimiranza, ridotto a un cencio per calcolo e assenza di coraggio, smarrito nel guarnito capannone del populismo, il senno è il grande malato dell’ultima Italia e dell’ultimissimo Sud. Sorvoliamo sulle faccende nazionali, scandite ormai da una blob di videomessaggi tra babbi pentiti, figlioli furiosi, sovranisti alla matriciana, cantori del reddito di felicità ed europeisti che invocano il Var, e restiamo a Napoli, spaesata nella sua atroce bellezza, sempre più «baraccone delle meraviglie», per dirla alla Mimì Rea. 
Resiste l’incanto naturale del luogo e superano il tempo gli scrigni storici e culturali disseminati in città nonostante la lampante incuria, la dittatura del disservizio, la dimensione ristretta del pensiero di Pulcinella, gli apologeti della rinascita, l’arsenale di corni che sovrasta quello delle idee.
Il disagio della ragione si è mostrato in tutta la sua comica drammaticità con l’immagine di un sindaco che, trincerato dietro una cortina d’oggettistica antisfiga, improvvisava giustificazioni al giornalista di Report sulla voragine delle casse comunali, passata sotto la sua amministrazione da 800 milioni a 2,5 miliardi di euro. 
Disagi e presagi aleggiavano nella recente visita partenopea del governo nazionale che ha puntato i riflettori sulla questione rifiuti, pronta a riesplodere, irrisolvibile con un solo termovalorizzatore, una raccolta differenziata ferma a percentuali ridicole (soprattutto a Napoli) e la volontà trasversale di porre veti, incenerire la realtà e arricchire con la nostra immondizia i paesi “ricicloni”. 
Dieci anni fa, in piena emergenza ambientale, il ministro Tremonti sintetizzò il declino storico napoletano con quattro parole: «Da capitale a prefettura». Dieci anni dopo la città è ancora sotto tutela, sorretta dalla Musa Propaganda, narcotizzata da un inutile furore antinordista e da un complottismo che costringe alla disfatta ogni ragionamento, occupata da un primo cittadino «fuori di senno», in cerca di autori per sceneggiare il film della sua riscossa nazionale e ritagliarsi così un ruolo d’agibilità politica fuori le mura di Partenope. Pochi giorni fa l’intervento di de Magistris al Teatro Italia di Roma ne è la conferma: aprire un terzo fronte, giocandosi la carta di un populismo alla pummarola fondato su uno spinto antisalvinismo e una vaga matrice sudista. La posizione del «terzo incomodo» è la favorita da chi, in assenza di idee, programmi sensati e visioni lunghe, ha l’urgenza di differenziarsi dagli altri contendenti, passare all’incasso immediato, creare una narrazione alternativa, mostrarsi come il «nuovo che avanza». Non servono occhi da Cassandra per anticipare già il fallimento di un terzo fronte in uno scenario politico che, con l’eclissi del bipolarismo, soffrirà di vertigini proporzionali e proliferazione di fronti (poli, cose, partiti, fiori, frutti, movimenti, rivoluzioni...). Un fallimento sul nascere se si analizza anche l’armamentario lessicale mostrato sul palco dal sindaco - «il potere forte è il popolo; c’è un immenso vuoto da riempire...» -, senza dubbio coerente con la perpetua strategia del vuotismo che, per certi versi, non si distacca troppo dal movimentismo più radicale dei pentastellati.
Mentre la città organizza strenne, luci e botti, tre brevi riflessioni ci costringono a rimanere nel vuoto e ritrovare il senno. La prima: a Napoli l’opposizione a de Magistris ha il talento dell’invisibilità, reggendosi su un paio di comunicati stampa della Carfagna, su qualche sparuta e volenterosa iniziativa civica e sulle bombe sistematiche del governatore De Luca destinate a deflagrare nel macchiettismo. La seconda: il naufragio di un manipolo di nocchieri bassoliniani che sul Corriere del Mezzogiorno hanno provato - ciclicamente ci provano - a rimettere in corsa il loro nume tutelare, ricevendo in cambio una sonora indifferenza. 
La terza: l’affondo micidiale del procuratore Giovanni Melillo contro la borghesia, ammalata di apatia, subalterna alla camorra, propensa alla corruzione perché «moltiplica le opportunità» e carica di una «pulsione eversiva» quando è chiamata a dirigere. 
Raffaele La Capria la chiamava la «classe digerente» inchiodandone i volti in Ferito a morte con implacabile sguardo: «quelle facce segnate dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori». L’immobilità di Napoli resta un problema di allergia alla legalità a tutti i livelli, dal parcheggiatore abusivo al professionista pluridecorato. Un’abitudine alla dissennatezza, ancora più grave se appartiene alle élites che, come scrisse mirabilmente Aldo Masullo «occupano il vertice che regge e governa, mai unico, fatto piuttosto di cento prepotenze separate ma sempre convergenti nel sopraffare i mille e mille minuti interessi». 

A Natale con Gesù sarebbe un bene se nascesse anche un novello Astolfo, l’eroe che va sulla luna per recuperare il senno di Orlando. Sennò, tra vent’anni, ci ritroveremo ancora qui a dividerci sui rifiuti e sul nuovo che avanza. 
(Si ringrazia Armando Lupini per la vignetta).
6 dicembre 2018 - chiaiamagazine

 
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